Reddito

REDDITO CRISI TERRITORI

Dicembre 2012 

Nonostante le rassicurazioni di governi nazionali e autorità europee, vie di uscita alla crisi non se ne vedono. Questo non significa fine del capitalismo; nel supermarket della crisi c’è sempre chi passa all’incasso. Ciò cui abbiamo assistito e cui assisteremo nei prossimi mesi in Italia è esemplare.

Prima una riforma del mercato del lavoro che non produce effetti occupazionali ma in compenso taglia le protezioni, comunque parziali e rivolte solo ad una parte dei lavoratori, prima offerte dagli ammortizzatori sociali “fordisti” (mobilità, cassa integrazione straordinaria). Il tutto in cambio di uno sconcio, l’Aspi, che certifica la generalizzazione della precarietà.

Oggi l’Agenda Monti tenta di rendere attrattivo il “territorio” per nuovi investimenti agendo sulla leva della “produttività”, ossia sull’ulteriore adattabilità e disponibilità a orari, ritmi e salari coerenti con il declassamento del “sistema paese” nella competizione internazionale. Non si parla più di attrarre operatori dei settori ad alta intensità di conoscenza – per i quali servirebbero investimenti collettivi che sono invece dismessi – ma nella manifattura di media qualità, nei servizi distributivi e logistici, nella subfornitura. Il messaggio è chiaro: se siete meno “choosy”, lavorate molto e vivete con poco, il “lavoro” (forse) potrebbe tornare.

Altro materiale:

“Per una nuova interpretazione dell’idea di Basic Income”

“Sostenibilità, costo e finanziamento di un reddito di base di base incondizionato in Italia.”

Per l’innovazione ci si affida, accanto al già vetusto mantra della greeneconomy, ad una nuova retorica delle startup, con fantomatici giovani imprenditori cui si vorrebbe affidare la creazione di lavoro qualificato in assenza di risorse.

Nel frattempo ad incassare sono gli intermediari, nel lavoro come nella formazione, con agenzie interinali che ormai spacciano lavori un tanto al chilo e enti di formazione gestiti da sindacati e cooperative che servono solo a rimodulare di volta in volta il precario-macchina per le diverse esigenze di mercato. Esigenze cui anche il mondo universitario risponde, con  incubatori pensati direttamente da e per le imprese. E quel poco di eccedenza cognitiva figlia di un sistema formativo in via di dismissione dovrà adattarsi ad una competizione spietata in improbabili sedi del lavoro cooperante ribattezzate co-working (dove cooperare ha un prezzo con tanto di tariffario).

Soprattutto, la crisi è un business per chi dispone di risorse e potere per mettere le mani, a prezzi da saldo, su redditizi asset ancora di proprietà pubblica. L’indebitamento dei Comuni schiude la via della cessione di suoli, immobili, quote di società di servizi locali, aeroporti, e via di seguito. E in questi casi i prezzi li fa il compratore: società d’investimento delle maggiori banche, gruppi immobiliari e costruttori loro alleati, investitori “istituzionali”, grandi player nazionali ed europei nati dalla privatizzazione di servizi pubblici.

Si sta delineando, dietro l’ipocrisia del binomio rigore/sviluppo, una élite –intrecciata con una classe politica con cui condivide valori, ambienti formativi e costituita spesso da suoi diretti emissari – composta da finanzieri, riscossori di pedaggi e di diritti di prelievo sulla ricchezza sociale, mediocri industriali cui si offre una più vantaggiosa regolazione del lavoro. Con buona pace delle “vie alte” dello sviluppo sancite a livello comunitario, scuole, università, servizi sociali, presidi sanitari, istituzioni della cultura, sono abbandonati o al limite invitati a trovare sponsor che, laddove possibile, le trasformino in “poli di eccellenza”, a carico naturalmente di chi avrà la possibilità di pagare le prestazioni.

L’idea per cui la crescita fosse un effetto “obbligato” delle politiche di rigore sta per essere archiviata. Lo sviluppo che seguirà il rigore, nel migliore dei casi, è quello appena delineato. Impoverimento dei redditi, ricorso all’indebitamento per l’accesso a beni e servizi, accresciuti costi per riprodurre sé stessi, non sono che diversi aspetti della medesima offensiva: tutto crea valore per loro, anche il nostro formarci, il richiedere un mutuo, il curarsi, lo spostarsi. Non vediamo quale inversione di tendenza attenderci dalla peraltro astratta promessa di un “rilancio” dell’economia e dell’occupazione: il nesso lavoro-cittadinanza è rotto e anche la promessa di lavoro contiene la certezza della precarietà e nessuna garanzia contro l’impoverimento.

E’ dentro questa cornice che occorre situare oggi la proposta di un redditodibaseincondizionato (corrisposto a prescindere da qualunque condizione professionale, etnica, sessuale, generazionale). Non già come “ammortizzatore” per chi ha perso il lavoro, ma come remunerazione del lavoro sociale – lavoro retribuito e non retribuito che crea ricchezza – e riconoscimento del diritto ad una “contro-rendita”. Non si capisce difatti perché laddove imprese e possessori di capitale accumulano ricchezze disinteressandosi del lavoro (della sua organizzazione, della sua qualità, della sua ricchezza), limitandosi ad esercitare prelievi forzosi e riscuotere moderne tasse sul macinato, il lavoro debba essere considerato – da chi ce l’ha e da chi lo vorrebbe – la base dei diritti di cittadinanza e metro (sempre più breve) di valutazione dei meriti individuali.

Il diritto a beneficiare di un reddito quantomeno decente, l’accesso gratuito ai servizi collettivi, l’affermazione di un welfare universale, sono per noi la base di un nuovo welfare del “comune” che consentirebbe di:

  • contrastare l’immiserimento dei salari e la svalorizzazione delle competenze – servirebbe infatti a contrastare il dilagare delle prestazioni non retribuite o le offerte di lavoro indecenti che costituiscono ormai la norma, consentendo al lavoratore di rifiutarle;
  • remunerare le attività di “riproduzione del vivente” (il lavoro di cura, l’attività formativa e conoscitiva, la produzione di salute, relazionalità, comunicazione in cui tutti siamo immersi) che non sono più (come avveniva nel capitalismo industriale) “lavoroombra cheaggiungevaloreallamercefinale”, ma cuore stesso del processo di creazione di valore nel nuovo capitalismo.
  • affermare una exitstrategy dalla crisi fondata sul rifiuto dei sacrifici e basata sul riconoscimento di un reddito come diritto di partecipazione  alla vita sociale e della centralità delle attività di “riproduzione del vivente”, come risorse in grado di creare una nuova ricchezza tramite un diverso modello di sviluppo.

L’uscita dal ricatto della precarietà, la creazione di nuovi modelli di produzione e distribuzione di ricchezza e la condivisione di nuovi immaginari di lotta sono precondizione per ridare fiato alle lotte sociali.

L’obiezione dell’insostenibilità economica di questa soluzione è un pretesto di scarso fondamento empirico (diverse simulazioni hanno dimostrato al contrario la piena sostenibilità anche in termini “capitalistici” del reddito di base) che maschera il rifiuto politico nei confronti di una misura riformista che incepperebbe però significativamente i meccanismi di espropriazione e di rendita. Mentre nelle fasi iniziali della nuova grande crisi si erano registrate significative prese di posizione a favore da parte di intellettuali riconosciuti e timide aperture almeno di parte del mondo sindacale, la proposta del reddito incondizionato sembra trovare sempre meno spazio. Anche una (peraltro parziale) proposta di legge d’iniziativa popolare per l’istituzione del “reddito minimo garantito”, lanciata mesi fa da alcuni partiti della sinistra, è stata lasciata cadere all’approssimarsi di primarie ed elezioni.

Noi pensiamo invece che proprio il tema del reddito rimanga possibile elemento catalizzatore forte per le diverse espressioni di conflitto che si oppongono ai fenomeni in atto. Le lotte di questi mesi sono tutte lotte per il reddito e contro l’espropriazione. Lo sono la resistenza contro gli sfratti e il riprendersi la casa, l’occupazione delle residenze universitarie, il contendere suolo alla speculazione immobiliare e alle opere inutili. Lo sono il fare pagare il prezzo più alto possibile ai precarizzatori, che sia il blocco delle loro merci e della produzione, o colpirne l’immagine, come hanno fatto i precari del Museo del Cinema sostenuti da Ken Loach.

In questo contesto San Precario agisce da anni creando conflitto nella precarietà. Cospirazione, intelligence e supporto collettivo nei conflitti sono la nostra strategia per cercare di mettere i bastoni tra le ruote a chi ci precarizza nel lavoro e nella vita. Parlare di reddito è dunque per noi un modo per fare rete, per condividere esperienze di (ri)appropriazione del comune, fare convergere lotte diverse e ragionare insieme su strategie e strumenti di lotta che riescano a creare conflitto su scala più ampia, colpendo in maniera sempre più efficace gli interessi economici dell’1% e sabotando i meccanismi di sfruttamento ed espropriazione in atto nei territori.

Resta dunque centrale il problema del come lottare per trattenere e riprendersi reddito, ricchezza sociale e produzioni comuni. E’ questa la prospettiva che si apre nelle metropoli e nei territori nei prossimi mesi e la domanda aperta a cui bisogna dare risposta.